Profili

Kit Fine

di Giorgio Lando
09.04.2013

Il pensiero di Fine si distingue nell'ambito della filosofia analitica contemporanea per l'opposizione a ogni progetto riduzionista e per la convinzione che l'analisi filosofica debba sempre cercare di rispettare le intuizioni. Questa impostazione generale è stata da lui applicata a numerosi problemi filosofici. I suoi contributi più importanti riguardano la metafisica (in particolare la teoria delle parti e la distinzione tra proprietà essenziali e necessarie) e la filosofia del linguaggio (soprattutto per l'approccio supervalutazionista alla vaghezza e la semantica delle variabili) e sono accompagnati da un'attenzione costante alla formalizzazione logica dei problemi filosofici. In anni recenti, Fine ha inoltre promosso una nuova concezione dell'ontologia, nella quale la nozione di esistenza perde la centralità attribuitale da Quine a favore di quella di realtà.


Kit Fine è un filosofo inglese i cui lavori spaziano dalla metafisica alla filosofia del linguaggio, dalla filosofia della logica a quella della matematica. È nato nel 1946 nel Gloucestershire, ha studiato al Balliol College di Oxford e ha poi conseguito il dottorato a Warwick sotto la supervisione di Arthur Prior, i cui lavori sulla logica temporale e modale lo hanno profondamente influenzato. Dal 1975 la sua carriera accademica prosegue negli Stati Uniti, dapprima all'università di Irvine in California, poi ad Ann Arbor nel Michigan, all'UCLA di Los Angeles e infine alla New York University, dove tuttora insegna. Molti dei suoi lavori hanno esercitato una persistente influenza nei rispettivi settori, pur allontanandosi spesso dal mainstream della filosofia analitica contemporanea. In questo profilo rintracceremo due principali elementi di continuità in una selezione inevitabilmente assai limitata dei suoi lavori. Il primo, di carattere metodologico, consiste nell'ostilità per ogni forma di riduzionismo e nella convinzione che le intuizioni abbiano in filosofia una funzione indispensabile, al punto che «quando c'è un conflitto tra intuizione e rigore, quando il nostro senso del rigore ci impedisce di dire ciò che invece intuitivamente ci sembra di poter dire, allora bisogna abbandonare il rigore, non l'intuizione». Il rigore che viene posposto all'intuizione è – come vedremo – quella predilezione per l'austerità e l'economia ontologica e ideologica che caratterizza molta filosofia analitica di stampo empirista e nominalista, e che ha trovato i suoi maggiori rappresentanti in Quine e Lewis, menzionati da Fine stesso come propri principali obiettivi polemici. Fine è invece sempre attento alla formalizzazione logica rigorosa dei problemi filosofici. Negli anni '70 i lavori di Fine avevano anzi un carattere prevalentemente logico, e l'interpretazione filosofica dei risultati formali si limitava di solito a qualche scarna nota introduttiva. In questo breve profilo ci concentreremo però sui testi in cui le tesi filosofiche sono enunciate in modo esplicito. L'altro elemento di continuità che rintracceremo nella produzione di Fine è la caratterizzazione della filosofia in generale e dell'ontologia in particolare come ricerca a proposito di ciò che è reale o fondamentale; tale caratterizzazione tende al contempo a togliere importanza alla nozione di esistenza, cui al contrario altri metafisici analitici, di nuovo ispirati da Quine, attribuiscono centralità.

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Numero della rivista
N°07 / APhEx

Parole chiave
Metafisica, Vagueness, Essenzialismo


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